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    1 mese ago · · 0 comments · Sticky

    Nascere con la fecondazione assistita eterologa. Genitori e Figli grazie a un dono.

    La fecondazione in vitro eterologa è una procedura medica che permette a chi è infertile di poter utilizzare dei gameti provenienti da donatori esterni. Questa opportunità viene proposta nei casi in cui si ha evidenza che esistono delle problematiche per le quali la possibilità di avere una gravidanza utilizzando i propri ovociti o spermatozoi risulterebbe molto bassa o addirittura nulla. La maggior parte degli psicologi che si occupano di sostenere e accompagnare le coppie infertili sono di solito concentrati nell’analizzare il vissuto e le emozioni di chi sta scegliendo se intraprendere tale percorso ma, proprio per aiutare meglio questa tipologia di pazienti, è fondamentale conoscere in maniera approfondita chi sono i genitori e i figli che acquisiscono questo ruolo attraverso un dono esterno. Si può partire dalla considerazione che l’essere figli è una condizione che appartiene a tutti noi. Mentre non è la stessa cosa per la genitorialità. Si può infatti desiderare di essere genitori ma si potrebbe non esserlo mai, mentre l’essere figli è qualcosa di inevitabile. Non si sceglie o si chiede di essere figli. L’essere figli presuppone sempre l’esistenza di genitori, ma che vuol dire essere genitori? Rispetto al passato è qualcosa che si sceglie. Per secoli infatti la nascita della prole era un evento naturale che non si poteva programmare. La possibilità di scegliere di avere dei figli, ma anche di decidere quando averli, è un fatto assolutamente nuovo che caratterizza la società attuale. (Scabini, Cigoli, 2000).

    Oltre ad essere una scelta potremo dire che la genitorialità è una condizione mentale di maturità che ci predispone all’accudimento, la crescita, la salvaguardia di un altro essere umano. E’ un atto di responsabilità verso qualcuno che non ci ha chiesto di venire al mondo. Se l’essere genitori è quindi un atto volontario, esso può essere separato dall’atto procreativo. Non è quindi il concepimento o il parto a renderci genitori ma è la presa di responsabilità che ci apre alla possibilità di diventarlo. Ma chi sono i genitori che sono diventati tali attraverso la fecondazione eterologa? Prima di tutto potremo dire che sono persone che hanno dovuto superare due differenti lutti: Il lutto per l’infertilità e il lutto biologico. Questo significa che hanno dovuto lavorare sul senso di inadeguatezza e di incapacità che invade profondamente chi scopre di non poter avere figli naturalmente; significa aver accettato di non avere un legame genetico con il figlio che nascerà. Sono persone che, non solo hanno scelto di essere genitori, ma hanno dovuto adeguarsi ad avere figli utilizzando l’aiuto di un terzo, il donatore e/o la donatrice. Sono coppie che in molti casi provengono da numerosi fallimenti e lutti di precedenti gravidanze e che sono state chiamate a soffermarsi sul desiderio di genitorialità e che cosa significasse per loro avere figli o non averli affatto. Questo non va sottovalutato. Non solo, chi decide di utilizzare la fecondazione eterologa è chiamato a comprendere cosa significa per loro il legame genetico e quanto questo possa influenzare la relazione con il nascituro. Questo deve essere ben chiaro in chi decide di iniziare questo percorso. In tal senso la procreazione medicalmente assistita può essere vista come una sorta di percorso di crescita individuale che ci invita a far chiarezza sul tipo di relazione che abbiamo stabilito con il nostro sistema familiare. Per questo motivo, come psicoterapeuta ad indirizzo sistemico relazionale è mia cura invitare le coppie ad analizzare quanto si siano differenziati dalla propria famiglia d’origine, per capire se si è stati in grado di raggiungere una maturità emotiva completa (Bowen, 1979) nella quale le scelte personali sono indipendenti dalle aspettative esterne. I dubbi e le paure per questo tipo di fecondazione assistita vanno quindi accolti nel loro significato più profondo perché ci dicono dove siamo e come possiamo affrontare un progetto genitoriale evolutivo.

    Un progetto che è diverso dal comune ma diverso non significa peggiore (Montuschi 2006). Per questo motivo è dal modo in cui si è elaborata tale scelta che è possibile porre le basi per una buona relazione affettiva tra genitori e figli. Più una coppia è adulta, ed è stata in grado di raggiungere un equilibrio tra appartenenza e separazione con la propria famiglia d’origine, (Andolfi 2006) più è prevedibile che la relazione con il figlio si sviluppi su basi solide. Analizzando i racconti dei figli nati da eterologa è quindi possibile comprendere cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella scelta. Per questo motivo può essere molto utile analizzare i documenti della donor conception network un’associazione fondata nel 1993 in Gran Bretagna da cinque coppie che avevano concepito grazie a una donazione e che volevano creare una rete di sostegno reciproco per le altre famiglie che si trovavano nella stessa situazione. Grazie a questo ente si possono leggere le testimonianze dei figli concepiti in questo modo e avere a disposizione dei testi che approfondiscono l’argomento. In particolare Kate una ragazza nata da donazione di seme negli anni ’90 consiglia di dirlo presto, in maniera franca e senza porsi particolari problemi. Lei stessa ci dice che i suoi genitori hanno cominciato a parlarne quando aveva 4 anni e di non avere un particolare ricordo di quel momento, sa soltanto di averlo sempre saputo. Essere nata da donazione è qualcosa che la caratterizza, come lo sono gli occhi marroni. Secondo lei, crescere dei figli facendoli sentire a proprio agio con quello che sono rappresenta il primo passo per farli stare bene con se stessi. Una ragazza italiana nata da eterologa maschile negli anni ‘90 invita a dirlo subito perché: “le cose alla fine si scoprono. Sono informazioni che non possono essere nascoste ad un figlio. Da un punto di vista etico è qualcosa che va rivelato. Io non sono stata contenta di non averlo saputo prima. Per me è stato più difficile accettare che non me lo avessero detto prima, piuttosto che fossi nata da fecondazione eterologa”.

    Le opinioni degli esperti riguardo al dirlo sono chiare, come ha osservato nel 2005 la psicologa clinica Diane Ehrensaft : “negli ultimi vent’anni c’è stato un enorme cambiamento riguardo al parlare o meno della donazione: le tendenze sociali sono mutate e, parallelamente, anche gli esperti hanno dovuto cambiare radicalmente parere riguardo all’opportunità di dirlo. Vent’anni fa si pensava che questa rivelazione sarebbe stata traumatica per il bambino, umiliante per il genitore e pericolosa per il legame tra genitori e figli. Oggi invece si ritiene che non dire a un bambino la verità sulla sua origine sia una violazione dei suoi diritti, una negazione della realtà e una minaccia all’integrità della famiglia.” Le coppie che, invece, hanno molti timori nel raccontarlo ai loro figli ci parlano di una scelta non ancora pienamente elaborata, che nasconde un senso di vergogna che si potrebbe ripresentare nella relazione con il figlio. Nascondere la verità, infatti, pone le basi per un rapporto fragile nel quale al figlio è negata la possibilità di conoscere pienamente la sua storia familiare e li fa sentire traditi.

    A conferma di questo, navigando su internet mi sono imbattuta nel sito www.wearedonorconceived.com che dal 2016 si occupa di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni in merito ai figli nati attraverso la donazione. Il sito è stato fondato da una giornalista californiana freelance, anche lei nata da donazione, e si presenta come un luogo dove le persone nate con questa tecnica possono raccontare le loro storie. L’obiettivo è quello di sensibilizzare il grande pubblico ad avere una maggiore consapevolezza in merito alle sfide che i figli nati da eterologa potrebbero dover affrontare ogni giorno. In particolare un loro sondaggio eseguito nel 2020 ha catturato la mia attenzione. La ricerca comprende la raccolta dati di 481 persone nate in 15 paesi diversi, tra cui la Germania, il Canada e il Regno Unito. Quasi i tre quarti degli intervistati (72%) vive negli Stati Uniti. In questa ricerca le risposte di alcuni ragazzi colpiscono per il loro forte desiderio di conoscere le loro origini e le informazioni sui donatori e i possibili fratelli. In particolare un ragazzo americano di 27 anni esprime cosa dovrebbero sapere i genitori da donazione: “Tuo figlio è un essere umano che ha il diritto di sapere chi è. Desiderare di conoscere chi sono i donatori non significa che ti abbandonerà o ti amerà di meno. Nascondere la verità ai tuoi figli li ferirà e danneggerà il rapporto con loro”. Prendendo comunque con le dovute cautele i risultati di tale indagine, in quanto sembra che la ricerca nasca dall’iniziativa volontaria di persone che non operano in un ambiente universitario di ricerca, fa riflettere il fatto che si evidenzi un interesse marcato nel conoscere i dettagli delle proprie origini biologiche. Ad ogni modo va sottolineato che in molti paesi d’Europa la donazione è anonima, o diventa aperta al compimento del diciottesimo anno del figlio nato da eterologa, come in Gran Bretagna. Per quanto questo possa far nascere dei timori in chi si appresta a fare questa scelta tale possibilità non dovrebbe spaventare chi si riconosce in un compito genitoriale maturo. Infatti ciò che è fondamentale, non è poter conoscere o meno chi ha deciso di donare i propri gameti, ma fare in modo che tutta la famiglia abbia ben chiaro che il donatore e la donatrice rimangono comunque tali e non potranno assumere mai un ruolo genitoriale. La genitorialità è prima di tutto un atto intenzionale che si sviluppa nella relazione reciproca con il nascituro, ecco perché non potrà mai essere il legame genetico a definirla. Sebbene chi si appresta a fare questa scelta possa avere molteplici timori, va considerato che non è facile sapere con anticipo quello che i figli nati con questa procedura ai giorni nostri potrebbero chiederci o potrebbero desiderare in futuro. Infatti, chi nascerà oggi con la fecondazione eterologa vivrà all’interno di un sistema familiare, sociale e culturale che sarà molto diverso rispetto a quello che abbiamo oggi e che hanno vissuto i ragazzi nati da eterologa 20 o 30 anni fa. Di conseguenza i timori che manifestano le coppie che si avvicinano a questo scelta parlano maggiormente di loro stessi e del loro sistema di valori attuale, più che del figlio che potrebbe nascere oggi con questa tecnica. La genitorialità, anche nelle gravidanze naturali, è un’esperienza di accoglienza che ci apre alla gestione di situazioni imprevedibili e poco controllabili. Conoscere le esperienze dei genitori e dei figli già nati con l’eterologa è sicuramente molto utile per evitare gli errori fatti in passato da chi ci ha preceduto, ma non potranno garantirci che le relazioni che si svilupperanno all’interno di questa scelta saranno prive di conflitti. Del resto neanche una genitorialità che si origina in maniera naturale lo garantisce.

    La psicologa Susan Golombok professore di Ricerca presso l’Università di Cambridge nel Regno Unito, e pioniera degli studi sulle nuove forme di famiglia, in un articolo del 2020 dal titolo: “The psychological wellbeing of ART children: what have we learned from 40 years of research?” afferma che la nostra comprensione di ciò che rende una famiglia è cambiata radicalmente negli ultimi decenni a causa dei progressi delle tecniche riproduttive e dei cambiamenti di atteggiamento della società verso queste tecniche. Attraverso l’analisi delle relazioni genitori figli, e delle modalità di adattamento psicologico dei bambini che vivono nelle famiglie create attraverso la riproduzione assistita, si è potuto constatare che la qualità delle relazioni familiari e l’ambiente sociale sono gli elementi che contano di più per il benessere psicologico dei bambini rispetto al numero, al sesso, all’orientamento sessuale o alla parentela biologica con i loro genitori. Per tutti questi motivi la cosa più importante da fare è chiedersi che significa per noi la genitorialità’ e cosa vogliamo da questa relazione. Se per sentirci comodi nel ruolo abbiamo bisogno del legame genetico allora significa che dobbiamo fermarci un attimo. Tale necessità’ potrebbe infatti nascondere un desiderio identitario che viene sostenuto dal fatto che sia possibile accettare quel bambino solo se possiamo riconoscerci nei suoi tratti fisici. Questo però mette in evidenza una sorta di immaturità psichica per cui la relazione con l’altro può essere confermata solo da un elemento esterno. Questo determina un legame illusorio poiché non sarà né la genetica, né la somiglianza fisica a farci sentire adeguati nel compito. La genitorialità, infatti, è prima di tutto una funzione che dovremo riconoscerci autonomamente attraverso un percorso di crescita individuale. Diventare genitori è un processo complesso, influenzato dalla cultura, dalla storia personale e famigliare di ciascuno di noi e che si esplica lungo l’intero arco della vita. Ciò non vuol dire che si sarà dei “bravi” genitori solo se si saranno elaborati i lutti e i timori che la fecondazione assistita comporta, ma sarà prima di tutto nella volontà e nell’impegno che metteremo nell’accogliere e fronteggiare qualunque tipo di difficoltà con i propri figli che si porranno le basi per una relazione affettiva equilibrata e soddisfacente. Un figlio concepito attraverso la donazione dovrebbe avere la possibilità di poter esprimere qualunque tipo di sentimento nei confronti della modalità in cui è nato, senza avere il timore di ferire i propri genitori. Molte coppie che hanno fatto questa scelta ritengono che possa essere molto importante dire al proprio figlio quanto fosse stato desiderato ma non bisogna cadere nella trappola di investire il proprio figlio di un peso e di un debito che non ha chiesto di sostenere. Questo non vuol dire che non possiamo dire quanto amiamo nostro figlio, ma dobbiamo essere consapevoli che un figlio scelto e desiderato così fortemente potrebbe essere “caricato” di considerevoli aspettative e corre il rischio di essere stato concepito per rispondere ad un desiderio di realizzazione personale, più che per sostenere la sua individualità e il suo processo di emancipazione. Tale situazione va però tenuta sotto controllo perché potrebbe rendere maggiormente difficoltoso il processo di svincolo dei figli (Scabini, Cigoli 2000). Alla fine potremo dire che la fecondazione assistita eterologa ci pone di fronte alle stesse sfide che affronta anche chi decide di avere figli naturalmente, ma le resistenze che si presentano in chi deve rinunciare al legame genetico possono rappresentare una grande opportunità di consapevolezza personale che non si manifesta così chiaramente in chi riesce ad avere figli naturalmente. In tal senso la fecondazione eterologa è un dono nel dono e il regalo più grande che potremo fare ai figli nati con questa tecnica è quello di amarli incondizionatamente per quello che sono e per come potranno reagire in merito alla rivelazione delle loro origini. Ma non dovrebbe essere questo il motivo per il quale chiunque dovrebbe venire al mondo?

    Bibliografia
    – Andolfi M., Falcucci M., Mascellani A., Santona A. (a cura di), “La terapia di coppia in una prospettiva trigenerazionale”, A.P.F., Roma, 2006.

    – Bowen M. “Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare” Trad. It. Astrolabio Roma 1979

    – Berruti V., Carlini K. , Greco Alessia. “Infertilità due punto zero. Il concepimento difficile: dal generale al particolare” Libellula Edizioni (2019)

    – Golombok S., The psychological wellbeing of ART children: what have we learned from 40 years of research? , RBMO, Reproductive Biomedicine Online (2020)
    – Montuschi O. “Telling and talking. Telling and talking about Donor conception with 0-7 years old . A guide for parents”. Donor Conception Network (2006)

    – Scabini, E., Cigoli, V. , Il famigliare. Legami simboli e transizioni. Raffaello Cortina Editore, Milano. (2000).
    Sitografia
    – https://www.dcnetwork.org/story/kate-donor-conceived-adult
    – www.wearedonoconceived.com

    6 mesi ago · · 1 comment

    E se poi non ci somiglia? Riflessioni sul ruolo genitoriale in un percorso di fecondazione assistita con donazione di gameti.

    La fecondazione assistita eterologa è una tecnica che consente a chi è infertile di utilizzare i gameti di un donatore o di una donatrice per raggiungere lo scopo di portare avanti una normale gestazione. Questa opportunità viene proposta nei casi in cui si ha evidenza che esistano delle problematiche per le quali la possibilità di avere una gravidanza utilizzando i propri ovociti o spermatozoi risulterebbe molto bassa o addirittura nulla.
    Come psicoterapeuta che si occupa di sostenere le coppie infertili incontro tutti i giorni questa tipologia di pazienti che si interrogano molto riguardo la possibilità di utilizzare o meno questa tecnica. Una delle domande più frequenti è: riuscirò ad amare un figlio che, molto probabilmente, non mi somiglierà? Riuscirò a sentire mio un bambino con il quale non ho nessun legame genetico?
    Ovviamente Il mio compito non è quello di indirizzarli verso una determinata scelta, ma è quello di aiutarli ad analizzare il significato profondo dei loro dubbi poiché è proprio attraverso queste riflessioni che saranno in grado di trovare le risposte. E’ proprio analizzando cosa significa per loro la genitorialità che potranno comprendere la loro posizione nel processo di acquisizione di un possibile ruolo di accudimento. Per questo la procreazione medicalmente assistita (PMA), sebbene sia un percorso potenzialmente doloroso, dà la possibilità alle coppie di farsi delle domande su una competenza che, forse troppo facilmente viene data per scontata in chi non fa questo tipo di esperienza. Essere genitori non è un ruolo che si acquisisce con un mero atto procreativo. Non è quindi la capacità di generare dei figli a renderci genitori. Si potrebbe addirittura affermare che la maternità e la paternità si manifesti in una condizione psicologica di maturità determinata dalla capacità di riconoscere e di investire su un altro essere umano senza alcuna aspettativa. Essa può esistere a prescindere dal fatto che si sia stati in grado di generare. E’ quindi fondamentale indagare su quali sono le motivazioni che alimentano la brama ad avere dei figli. Se da un lato la soddisfazione di quel desiderio aiuta a riempire un vuoto, e quindi arricchisce una vita ritenuta insoddisfacente, è importante fare un passo indietro poiché non si può, e non si deve, delegare ad un altro essere umano la realizzazione di noi stessi. Paradossalmente è proprio fronteggiando i dubbi che la fecondazione eterologa fa emergere che questo bisogno viene smascherato con più facilità. Il profondo rifiuto della mancata somiglianza mette infatti in evidenza un desiderio identitario che viene sostenuto dall’idea che sia possibile accogliere un figlio solo se possiamo riconoscerci nei suoi tratti fisici. Questa apparente convinzione mette in evidenza una sorta di immaturità psichica per cui la relazione con l’altro può essere confermata solo da un elemento esterno. Tutto questo determina un legame illusorio poiché non sarà né la genetica né la somiglianza fisica a farci sentire madri o padri. La genitorialità, infatti, è prima di tutto una funzione che possiamo riconoscerci attraverso un percorso di crescita individuale. E’ nell’essere in grado ad accettare di amare un bambino che si discosta molto dal nostro ideale che si nasconde la possibilità di sentirci comodi nel ruolo genitoriale. Chiederci cosa accade se quel figlio non ci somiglia può quindi essere utile a comprendere cosa si nasconde dietro il desiderio di maternità e paternità. In fondo non è solo in un percorso di fecondazione assistita che questa domanda dovrebbe essere fatta. A ragion veduta ritengo che anche chi non ha problemi procreativi dovrebbe interrogarsi sul motivo che li spinge a desiderare ad avere figli. Nella fecondazione eterologa questa esigenza si manifesta chiaramente perché i dubbi insiti nella tecnica spinge la coppia a fare i conti con quello che la vita gli sta negando. Chi si trova di fronte a questa scelta deve infatti elaborare non solo il lutto per l’infertilità ma anche il lutto biologico determinato dal fatto che non si avrà nessun legame genetico con il figlio che arriverà. Chi è infertile è quindi chiamato a lavorare su tutti i significati che si nascondono dietro queste perdite. Per questo è importante che il desiderio non sia l’unico motivo nella scelta di una tecnica di PMA. Diventare genitori è un processo complesso, influenzato dalla cultura, dalla storia personale e famigliare di ciascuno di noi e che si esplica lungo l’intero arco della vita. Per questo è solo in un percorso psicologico evolutivo che questo progetto dovrebbe essere inserito. Ciò non vuol dire che si sarà dei “bravi” genitori solo se si saranno superati tutti i timori e i lutti che la fecondazione assistita comporta. Al contrario ci si sentirà adatti al ruolo se si riuscirà a guardare senza paura il dolore che accompagna costantemente chi non è in grado di avere figli naturalmente. Ci si riconoscerà nel compito se si riuscirà a lasciare andare quel senso di imperfezione che è fortemente radicato in chi scopre di essere infertile. Pertanto si acquisirà una genitorialità adulta se si avrà il coraggio di dire a noi stessi, ma soprattutto ai figli che verranno, che sarebbe stato molto meglio non essere infertili ma che si è stati in grado di affrontare questo destino con profonda accettazione, senso di responsabilità ma soprattutto amore incondizionato verso un altro essere umano che potrebbe essere così diverso da noi e per il quale, addirittura, non si ha nessun legame genetico.