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    1 mese ago · · 0 comments · Sticky

    Nascere con la fecondazione assistita eterologa. Genitori e Figli grazie a un dono.

    La fecondazione in vitro eterologa è una procedura medica che permette a chi è infertile di poter utilizzare dei gameti provenienti da donatori esterni. Questa opportunità viene proposta nei casi in cui si ha evidenza che esistono delle problematiche per le quali la possibilità di avere una gravidanza utilizzando i propri ovociti o spermatozoi risulterebbe molto bassa o addirittura nulla. La maggior parte degli psicologi che si occupano di sostenere e accompagnare le coppie infertili sono di solito concentrati nell’analizzare il vissuto e le emozioni di chi sta scegliendo se intraprendere tale percorso ma, proprio per aiutare meglio questa tipologia di pazienti, è fondamentale conoscere in maniera approfondita chi sono i genitori e i figli che acquisiscono questo ruolo attraverso un dono esterno. Si può partire dalla considerazione che l’essere figli è una condizione che appartiene a tutti noi. Mentre non è la stessa cosa per la genitorialità. Si può infatti desiderare di essere genitori ma si potrebbe non esserlo mai, mentre l’essere figli è qualcosa di inevitabile. Non si sceglie o si chiede di essere figli. L’essere figli presuppone sempre l’esistenza di genitori, ma che vuol dire essere genitori? Rispetto al passato è qualcosa che si sceglie. Per secoli infatti la nascita della prole era un evento naturale che non si poteva programmare. La possibilità di scegliere di avere dei figli, ma anche di decidere quando averli, è un fatto assolutamente nuovo che caratterizza la società attuale. (Scabini, Cigoli, 2000).

    Oltre ad essere una scelta potremo dire che la genitorialità è una condizione mentale di maturità che ci predispone all’accudimento, la crescita, la salvaguardia di un altro essere umano. E’ un atto di responsabilità verso qualcuno che non ci ha chiesto di venire al mondo. Se l’essere genitori è quindi un atto volontario, esso può essere separato dall’atto procreativo. Non è quindi il concepimento o il parto a renderci genitori ma è la presa di responsabilità che ci apre alla possibilità di diventarlo. Ma chi sono i genitori che sono diventati tali attraverso la fecondazione eterologa? Prima di tutto potremo dire che sono persone che hanno dovuto superare due differenti lutti: Il lutto per l’infertilità e il lutto biologico. Questo significa che hanno dovuto lavorare sul senso di inadeguatezza e di incapacità che invade profondamente chi scopre di non poter avere figli naturalmente; significa aver accettato di non avere un legame genetico con il figlio che nascerà. Sono persone che, non solo hanno scelto di essere genitori, ma hanno dovuto adeguarsi ad avere figli utilizzando l’aiuto di un terzo, il donatore e/o la donatrice. Sono coppie che in molti casi provengono da numerosi fallimenti e lutti di precedenti gravidanze e che sono state chiamate a soffermarsi sul desiderio di genitorialità e che cosa significasse per loro avere figli o non averli affatto. Questo non va sottovalutato. Non solo, chi decide di utilizzare la fecondazione eterologa è chiamato a comprendere cosa significa per loro il legame genetico e quanto questo possa influenzare la relazione con il nascituro. Questo deve essere ben chiaro in chi decide di iniziare questo percorso. In tal senso la procreazione medicalmente assistita può essere vista come una sorta di percorso di crescita individuale che ci invita a far chiarezza sul tipo di relazione che abbiamo stabilito con il nostro sistema familiare. Per questo motivo, come psicoterapeuta ad indirizzo sistemico relazionale è mia cura invitare le coppie ad analizzare quanto si siano differenziati dalla propria famiglia d’origine, per capire se si è stati in grado di raggiungere una maturità emotiva completa (Bowen, 1979) nella quale le scelte personali sono indipendenti dalle aspettative esterne. I dubbi e le paure per questo tipo di fecondazione assistita vanno quindi accolti nel loro significato più profondo perché ci dicono dove siamo e come possiamo affrontare un progetto genitoriale evolutivo.

    Un progetto che è diverso dal comune ma diverso non significa peggiore (Montuschi 2006). Per questo motivo è dal modo in cui si è elaborata tale scelta che è possibile porre le basi per una buona relazione affettiva tra genitori e figli. Più una coppia è adulta, ed è stata in grado di raggiungere un equilibrio tra appartenenza e separazione con la propria famiglia d’origine, (Andolfi 2006) più è prevedibile che la relazione con il figlio si sviluppi su basi solide. Analizzando i racconti dei figli nati da eterologa è quindi possibile comprendere cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella scelta. Per questo motivo può essere molto utile analizzare i documenti della donor conception network un’associazione fondata nel 1993 in Gran Bretagna da cinque coppie che avevano concepito grazie a una donazione e che volevano creare una rete di sostegno reciproco per le altre famiglie che si trovavano nella stessa situazione. Grazie a questo ente si possono leggere le testimonianze dei figli concepiti in questo modo e avere a disposizione dei testi che approfondiscono l’argomento. In particolare Kate una ragazza nata da donazione di seme negli anni ’90 consiglia di dirlo presto, in maniera franca e senza porsi particolari problemi. Lei stessa ci dice che i suoi genitori hanno cominciato a parlarne quando aveva 4 anni e di non avere un particolare ricordo di quel momento, sa soltanto di averlo sempre saputo. Essere nata da donazione è qualcosa che la caratterizza, come lo sono gli occhi marroni. Secondo lei, crescere dei figli facendoli sentire a proprio agio con quello che sono rappresenta il primo passo per farli stare bene con se stessi. Una ragazza italiana nata da eterologa maschile negli anni ‘90 invita a dirlo subito perché: “le cose alla fine si scoprono. Sono informazioni che non possono essere nascoste ad un figlio. Da un punto di vista etico è qualcosa che va rivelato. Io non sono stata contenta di non averlo saputo prima. Per me è stato più difficile accettare che non me lo avessero detto prima, piuttosto che fossi nata da fecondazione eterologa”.

    Le opinioni degli esperti riguardo al dirlo sono chiare, come ha osservato nel 2005 la psicologa clinica Diane Ehrensaft : “negli ultimi vent’anni c’è stato un enorme cambiamento riguardo al parlare o meno della donazione: le tendenze sociali sono mutate e, parallelamente, anche gli esperti hanno dovuto cambiare radicalmente parere riguardo all’opportunità di dirlo. Vent’anni fa si pensava che questa rivelazione sarebbe stata traumatica per il bambino, umiliante per il genitore e pericolosa per il legame tra genitori e figli. Oggi invece si ritiene che non dire a un bambino la verità sulla sua origine sia una violazione dei suoi diritti, una negazione della realtà e una minaccia all’integrità della famiglia.” Le coppie che, invece, hanno molti timori nel raccontarlo ai loro figli ci parlano di una scelta non ancora pienamente elaborata, che nasconde un senso di vergogna che si potrebbe ripresentare nella relazione con il figlio. Nascondere la verità, infatti, pone le basi per un rapporto fragile nel quale al figlio è negata la possibilità di conoscere pienamente la sua storia familiare e li fa sentire traditi.

    A conferma di questo, navigando su internet mi sono imbattuta nel sito www.wearedonorconceived.com che dal 2016 si occupa di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni in merito ai figli nati attraverso la donazione. Il sito è stato fondato da una giornalista californiana freelance, anche lei nata da donazione, e si presenta come un luogo dove le persone nate con questa tecnica possono raccontare le loro storie. L’obiettivo è quello di sensibilizzare il grande pubblico ad avere una maggiore consapevolezza in merito alle sfide che i figli nati da eterologa potrebbero dover affrontare ogni giorno. In particolare un loro sondaggio eseguito nel 2020 ha catturato la mia attenzione. La ricerca comprende la raccolta dati di 481 persone nate in 15 paesi diversi, tra cui la Germania, il Canada e il Regno Unito. Quasi i tre quarti degli intervistati (72%) vive negli Stati Uniti. In questa ricerca le risposte di alcuni ragazzi colpiscono per il loro forte desiderio di conoscere le loro origini e le informazioni sui donatori e i possibili fratelli. In particolare un ragazzo americano di 27 anni esprime cosa dovrebbero sapere i genitori da donazione: “Tuo figlio è un essere umano che ha il diritto di sapere chi è. Desiderare di conoscere chi sono i donatori non significa che ti abbandonerà o ti amerà di meno. Nascondere la verità ai tuoi figli li ferirà e danneggerà il rapporto con loro”. Prendendo comunque con le dovute cautele i risultati di tale indagine, in quanto sembra che la ricerca nasca dall’iniziativa volontaria di persone che non operano in un ambiente universitario di ricerca, fa riflettere il fatto che si evidenzi un interesse marcato nel conoscere i dettagli delle proprie origini biologiche. Ad ogni modo va sottolineato che in molti paesi d’Europa la donazione è anonima, o diventa aperta al compimento del diciottesimo anno del figlio nato da eterologa, come in Gran Bretagna. Per quanto questo possa far nascere dei timori in chi si appresta a fare questa scelta tale possibilità non dovrebbe spaventare chi si riconosce in un compito genitoriale maturo. Infatti ciò che è fondamentale, non è poter conoscere o meno chi ha deciso di donare i propri gameti, ma fare in modo che tutta la famiglia abbia ben chiaro che il donatore e la donatrice rimangono comunque tali e non potranno assumere mai un ruolo genitoriale. La genitorialità è prima di tutto un atto intenzionale che si sviluppa nella relazione reciproca con il nascituro, ecco perché non potrà mai essere il legame genetico a definirla. Sebbene chi si appresta a fare questa scelta possa avere molteplici timori, va considerato che non è facile sapere con anticipo quello che i figli nati con questa procedura ai giorni nostri potrebbero chiederci o potrebbero desiderare in futuro. Infatti, chi nascerà oggi con la fecondazione eterologa vivrà all’interno di un sistema familiare, sociale e culturale che sarà molto diverso rispetto a quello che abbiamo oggi e che hanno vissuto i ragazzi nati da eterologa 20 o 30 anni fa. Di conseguenza i timori che manifestano le coppie che si avvicinano a questo scelta parlano maggiormente di loro stessi e del loro sistema di valori attuale, più che del figlio che potrebbe nascere oggi con questa tecnica. La genitorialità, anche nelle gravidanze naturali, è un’esperienza di accoglienza che ci apre alla gestione di situazioni imprevedibili e poco controllabili. Conoscere le esperienze dei genitori e dei figli già nati con l’eterologa è sicuramente molto utile per evitare gli errori fatti in passato da chi ci ha preceduto, ma non potranno garantirci che le relazioni che si svilupperanno all’interno di questa scelta saranno prive di conflitti. Del resto neanche una genitorialità che si origina in maniera naturale lo garantisce.

    La psicologa Susan Golombok professore di Ricerca presso l’Università di Cambridge nel Regno Unito, e pioniera degli studi sulle nuove forme di famiglia, in un articolo del 2020 dal titolo: “The psychological wellbeing of ART children: what have we learned from 40 years of research?” afferma che la nostra comprensione di ciò che rende una famiglia è cambiata radicalmente negli ultimi decenni a causa dei progressi delle tecniche riproduttive e dei cambiamenti di atteggiamento della società verso queste tecniche. Attraverso l’analisi delle relazioni genitori figli, e delle modalità di adattamento psicologico dei bambini che vivono nelle famiglie create attraverso la riproduzione assistita, si è potuto constatare che la qualità delle relazioni familiari e l’ambiente sociale sono gli elementi che contano di più per il benessere psicologico dei bambini rispetto al numero, al sesso, all’orientamento sessuale o alla parentela biologica con i loro genitori. Per tutti questi motivi la cosa più importante da fare è chiedersi che significa per noi la genitorialità’ e cosa vogliamo da questa relazione. Se per sentirci comodi nel ruolo abbiamo bisogno del legame genetico allora significa che dobbiamo fermarci un attimo. Tale necessità’ potrebbe infatti nascondere un desiderio identitario che viene sostenuto dal fatto che sia possibile accettare quel bambino solo se possiamo riconoscerci nei suoi tratti fisici. Questo però mette in evidenza una sorta di immaturità psichica per cui la relazione con l’altro può essere confermata solo da un elemento esterno. Questo determina un legame illusorio poiché non sarà né la genetica, né la somiglianza fisica a farci sentire adeguati nel compito. La genitorialità, infatti, è prima di tutto una funzione che dovremo riconoscerci autonomamente attraverso un percorso di crescita individuale. Diventare genitori è un processo complesso, influenzato dalla cultura, dalla storia personale e famigliare di ciascuno di noi e che si esplica lungo l’intero arco della vita. Ciò non vuol dire che si sarà dei “bravi” genitori solo se si saranno elaborati i lutti e i timori che la fecondazione assistita comporta, ma sarà prima di tutto nella volontà e nell’impegno che metteremo nell’accogliere e fronteggiare qualunque tipo di difficoltà con i propri figli che si porranno le basi per una relazione affettiva equilibrata e soddisfacente. Un figlio concepito attraverso la donazione dovrebbe avere la possibilità di poter esprimere qualunque tipo di sentimento nei confronti della modalità in cui è nato, senza avere il timore di ferire i propri genitori. Molte coppie che hanno fatto questa scelta ritengono che possa essere molto importante dire al proprio figlio quanto fosse stato desiderato ma non bisogna cadere nella trappola di investire il proprio figlio di un peso e di un debito che non ha chiesto di sostenere. Questo non vuol dire che non possiamo dire quanto amiamo nostro figlio, ma dobbiamo essere consapevoli che un figlio scelto e desiderato così fortemente potrebbe essere “caricato” di considerevoli aspettative e corre il rischio di essere stato concepito per rispondere ad un desiderio di realizzazione personale, più che per sostenere la sua individualità e il suo processo di emancipazione. Tale situazione va però tenuta sotto controllo perché potrebbe rendere maggiormente difficoltoso il processo di svincolo dei figli (Scabini, Cigoli 2000). Alla fine potremo dire che la fecondazione assistita eterologa ci pone di fronte alle stesse sfide che affronta anche chi decide di avere figli naturalmente, ma le resistenze che si presentano in chi deve rinunciare al legame genetico possono rappresentare una grande opportunità di consapevolezza personale che non si manifesta così chiaramente in chi riesce ad avere figli naturalmente. In tal senso la fecondazione eterologa è un dono nel dono e il regalo più grande che potremo fare ai figli nati con questa tecnica è quello di amarli incondizionatamente per quello che sono e per come potranno reagire in merito alla rivelazione delle loro origini. Ma non dovrebbe essere questo il motivo per il quale chiunque dovrebbe venire al mondo?

    Bibliografia
    – Andolfi M., Falcucci M., Mascellani A., Santona A. (a cura di), “La terapia di coppia in una prospettiva trigenerazionale”, A.P.F., Roma, 2006.

    – Bowen M. “Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare” Trad. It. Astrolabio Roma 1979

    – Berruti V., Carlini K. , Greco Alessia. “Infertilità due punto zero. Il concepimento difficile: dal generale al particolare” Libellula Edizioni (2019)

    – Golombok S., The psychological wellbeing of ART children: what have we learned from 40 years of research? , RBMO, Reproductive Biomedicine Online (2020)
    – Montuschi O. “Telling and talking. Telling and talking about Donor conception with 0-7 years old . A guide for parents”. Donor Conception Network (2006)

    – Scabini, E., Cigoli, V. , Il famigliare. Legami simboli e transizioni. Raffaello Cortina Editore, Milano. (2000).
    Sitografia
    – https://www.dcnetwork.org/story/kate-donor-conceived-adult
    – www.wearedonoconceived.com

    6 mesi ago · · 1 comment

    E se poi non ci somiglia? Riflessioni sul ruolo genitoriale in un percorso di fecondazione assistita con donazione di gameti.

    La fecondazione assistita eterologa è una tecnica che consente a chi è infertile di utilizzare i gameti di un donatore o di una donatrice per raggiungere lo scopo di portare avanti una normale gestazione. Questa opportunità viene proposta nei casi in cui si ha evidenza che esistano delle problematiche per le quali la possibilità di avere una gravidanza utilizzando i propri ovociti o spermatozoi risulterebbe molto bassa o addirittura nulla.
    Come psicoterapeuta che si occupa di sostenere le coppie infertili incontro tutti i giorni questa tipologia di pazienti che si interrogano molto riguardo la possibilità di utilizzare o meno questa tecnica. Una delle domande più frequenti è: riuscirò ad amare un figlio che, molto probabilmente, non mi somiglierà? Riuscirò a sentire mio un bambino con il quale non ho nessun legame genetico?
    Ovviamente Il mio compito non è quello di indirizzarli verso una determinata scelta, ma è quello di aiutarli ad analizzare il significato profondo dei loro dubbi poiché è proprio attraverso queste riflessioni che saranno in grado di trovare le risposte. E’ proprio analizzando cosa significa per loro la genitorialità che potranno comprendere la loro posizione nel processo di acquisizione di un possibile ruolo di accudimento. Per questo la procreazione medicalmente assistita (PMA), sebbene sia un percorso potenzialmente doloroso, dà la possibilità alle coppie di farsi delle domande su una competenza che, forse troppo facilmente viene data per scontata in chi non fa questo tipo di esperienza. Essere genitori non è un ruolo che si acquisisce con un mero atto procreativo. Non è quindi la capacità di generare dei figli a renderci genitori. Si potrebbe addirittura affermare che la maternità e la paternità si manifesti in una condizione psicologica di maturità determinata dalla capacità di riconoscere e di investire su un altro essere umano senza alcuna aspettativa. Essa può esistere a prescindere dal fatto che si sia stati in grado di generare. E’ quindi fondamentale indagare su quali sono le motivazioni che alimentano la brama ad avere dei figli. Se da un lato la soddisfazione di quel desiderio aiuta a riempire un vuoto, e quindi arricchisce una vita ritenuta insoddisfacente, è importante fare un passo indietro poiché non si può, e non si deve, delegare ad un altro essere umano la realizzazione di noi stessi. Paradossalmente è proprio fronteggiando i dubbi che la fecondazione eterologa fa emergere che questo bisogno viene smascherato con più facilità. Il profondo rifiuto della mancata somiglianza mette infatti in evidenza un desiderio identitario che viene sostenuto dall’idea che sia possibile accogliere un figlio solo se possiamo riconoscerci nei suoi tratti fisici. Questa apparente convinzione mette in evidenza una sorta di immaturità psichica per cui la relazione con l’altro può essere confermata solo da un elemento esterno. Tutto questo determina un legame illusorio poiché non sarà né la genetica né la somiglianza fisica a farci sentire madri o padri. La genitorialità, infatti, è prima di tutto una funzione che possiamo riconoscerci attraverso un percorso di crescita individuale. E’ nell’essere in grado ad accettare di amare un bambino che si discosta molto dal nostro ideale che si nasconde la possibilità di sentirci comodi nel ruolo genitoriale. Chiederci cosa accade se quel figlio non ci somiglia può quindi essere utile a comprendere cosa si nasconde dietro il desiderio di maternità e paternità. In fondo non è solo in un percorso di fecondazione assistita che questa domanda dovrebbe essere fatta. A ragion veduta ritengo che anche chi non ha problemi procreativi dovrebbe interrogarsi sul motivo che li spinge a desiderare ad avere figli. Nella fecondazione eterologa questa esigenza si manifesta chiaramente perché i dubbi insiti nella tecnica spinge la coppia a fare i conti con quello che la vita gli sta negando. Chi si trova di fronte a questa scelta deve infatti elaborare non solo il lutto per l’infertilità ma anche il lutto biologico determinato dal fatto che non si avrà nessun legame genetico con il figlio che arriverà. Chi è infertile è quindi chiamato a lavorare su tutti i significati che si nascondono dietro queste perdite. Per questo è importante che il desiderio non sia l’unico motivo nella scelta di una tecnica di PMA. Diventare genitori è un processo complesso, influenzato dalla cultura, dalla storia personale e famigliare di ciascuno di noi e che si esplica lungo l’intero arco della vita. Per questo è solo in un percorso psicologico evolutivo che questo progetto dovrebbe essere inserito. Ciò non vuol dire che si sarà dei “bravi” genitori solo se si saranno superati tutti i timori e i lutti che la fecondazione assistita comporta. Al contrario ci si sentirà adatti al ruolo se si riuscirà a guardare senza paura il dolore che accompagna costantemente chi non è in grado di avere figli naturalmente. Ci si riconoscerà nel compito se si riuscirà a lasciare andare quel senso di imperfezione che è fortemente radicato in chi scopre di essere infertile. Pertanto si acquisirà una genitorialità adulta se si avrà il coraggio di dire a noi stessi, ma soprattutto ai figli che verranno, che sarebbe stato molto meglio non essere infertili ma che si è stati in grado di affrontare questo destino con profonda accettazione, senso di responsabilità ma soprattutto amore incondizionato verso un altro essere umano che potrebbe essere così diverso da noi e per il quale, addirittura, non si ha nessun legame genetico.

    2 anni ago · · 0 comments

    Adolescenza ieri e oggi

    L’adolescenza può essere considerata come una fase critica del ciclo vitale attraverso la quale l’individuo si appresta a conquistare lo status di adulto.

    Nell’antica Roma si era puer, e cioè fanciulli, fino ai 15 anni e l’adulescentia andava dai 15 ai 30 anni, mentre si era considerati nell’età della giovinezza a 45 anni. A Roma l’inizio di tale fase veniva decretato attraverso l’acquisizione della toga virile candida e la deposizione della bulla che non era altro che un amuleto che veniva fatto indossare dalla famiglia a ciascun figlio maschio prima dell’età adolescenziale e che aveva la funzione di proteggere il fanciullo dagli spiriti maligni. A seguito di questo passaggio iniziava quindi un tirocinio che aveva la funzione di accompagnare il giovane alla vita adulta e attraverso il quale era fondamentale la formazione militare (Fraschetti 1994). Va detto infatti che in tutta la storia occidentale in adolescenza aveva una grossa importanza la formazione bellica e per i figli maschi questo significava imparare a combattere per difendere il proprio territorio. Spostandoci in Grecia si nota che all’educazione militare si associava una formazione culturale attraverso un maestro che aveva la funzione di educare sia il corpo che lo spirito. Nel Medioevo, allo stesso modo, l’investitura rappresentava la cerimonia di passaggio che aveva lo scopo di far entrare i giovani nel mondo della cavalleria e questo rito li rendeva pronti alla difesa della chiesa e della fede. E’ soltanto alla fine del Medioevo che l’obiettivo del giovane non è più soltanto quello di difesa militare ma si sviluppa l’idea che l’adolescente deve essere leale, di buone maniere e pronto per conquistare una donna. Purtroppo non esistono documenti che spiegano come venisse vissuta l’adolescenza femminile nei periodi appena citati, ma l’analisi di quello che accadeva ci fa comprendere che l’adolescente si doveva preparare per difendere il proprio popolo e il proprio credo. In tal senso gli si riconosceva una competenza che gli consentiva di potersi sperimentare come individuo autonomo capace di prendere delle decisioni importanti e che, come accadeva nell’antica Roma, non aveva più bisogno di essere protetto da particolari amuleti. Soltanto nel XIX secolo nasce l’adolescente moderno che, invece di essere un condottiero, diventa uno studente che viene formato dalla scuola per ampliare le proprie conoscenze e arricchire i processi di sviluppo cognitivo. Questo  ha portato alla comparsa dell’adolescente di oggi che grazie ai rapidi progressi della tecnologia ha ormai accesso ad una quantità infinita di informazioni che influenzano fortemente tale fase del percorso evolutivo. Per questo motivo è proprio attraverso l’analisi dell’adolescenza che si può comprendere l’impatto della cultura sul nostro sistema biologico e sul nostro modo di diventare adulti. L’adolescenza, infatti, non è soltanto un momento di passaggio alla vita adulta ma un periodo di sperimentazione che dovrebbe spingere l’individuo ad una sorta di rinascita per diventare altro e mettere in discussione le regole e i miti familiari fino a quel momento accettati in maniera automatica. Dovrebbe essere la fase di allenamento allo svincolo in cui i giovani o le giovani donne avrebbero bisogno uscire di casa con l’obiettivo di conquistare e ottenere l’autonomia personale (Williamson 1982). Un elemento che colpisce è che oggigiorno la pubertà comincia ad un’età sempre più precoce mentre l’adolescenza si sperimenta sempre più tardi. Questo fenomeno che si è verificato negli ultimi cinquant’anni potrebbe essere dovuto all’aumento del periodo di formazione ma in Italia, rispetto ad altri paesi,  la situazione è molto diversa. La cultura italiana non è famosa per spingere i giovani all’indipendenza ma è principalmente fondata su caratteristiche accuditive, fusionali e controllanti che portano a trattenere i figli all’interno della famiglia d’origine per lungo  tempo. Oltretutto tale situazione è avvalorata dal fatto che in Italia negli ultimi anni si è assistito ad un precariato economico che non ha assolutamente favorito l’uscita di casa dei giovani e quindi la difficoltà al raggiungimento dell’autonomia è rafforzata non solo dalla famiglia ma anche da una struttura sociale che forse, non a torto, potremo definire maladattata, perché non facilitando l’autodeterminazione rende i ragazzi sempre più deboli e meno capaci di avere un’azione diretta sulla realtà. In  altre zone del mondo, di diversa cultura, la situazione sembra molto differente. In America ad esempio negli ’80 esistevano dei giovani che già all’età di 18 anni uscivano di casa per andare a studiare al college e questo allontanamento rappresentava un primo passo per avviarsi all’autonomia. Anche nel nord d’Europa i modelli di crescita sono totalmente diversi dai nostri e i giovani lasciano la famiglia d’origine realmente a diciotto anni. In Italia in passato esisteva il servizio militare che, anche se poteva avere delle caratteristiche negative, dava la possibilità ai giovani di sperimentarsi in un altro contesto e di testare la propria autonomia e capacità di responsabilità (Andolfi, Mascellani 2000). Se per giunta diamo uno sguardo al passato, come abbiamo potuto osservare all’inizio di questo articolo, nelle civiltà antiche esistevano dei riti  che sancivano il passaggio dalla fase di fanciullo a quella di adolescente mentre adesso non c’è più alcun rituale che decreti l’accesso all’età adulta. Questo ci fa comprendere che l’adolescenza nel nostro tempo è diventata una fase della vita che si sta prolungando in maniera smoderata e che può essere considerata una delle fasi più complesse da analizzare anche per gli addetti ai lavori in quanto non è chiaro che periodo abbracci e quali sono gli aspetti centrali che ne definiscono i problemi. Oltretutto anche se esistono molti articoli su tale argomento non è facile trovare dei testi che parlino “della adolescenza nel ciclo vitale della famiglia” (Andolfi, Mascellani 2010) e che ci diano indicazioni su cosa accade quando questo stadio del percorso evolutivo viene in un certo senso “bloccato” o “sorpassato”. Aver introdotto tale argomento facendone un’analisi storica, sociale e culturale ci dà la possibilità di affrontare le problematiche di questo periodo evolutivo avendo una visione a grand’angolo che credo sia indispensabile se si vuole parlare di adolescenza utilizzando un modello di tipo circolare e sistemico.

    Bibliografia

    – Andolfi M. “, Mascellani A. ”Storie di Adolescenza”, Raffaello Cortina, Milano 2010.

    – Fraschetti  A. “Il mondo romano”, in Levi G. Scmitt J.C. (1994) Storia dei giovani, Laterza  Bari 1994.

      Gambini P. “Psicologia della famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale”, Francoangeli, Milano 2007.

    – Graham R.(2010) , “L’adolescenza oggi”– Rivista sperimentale di Freniatria

    – Maggiolini A., Pietropolli Charmet G., (a cura di) “Manuale di Psicologia dell’adolescenza: compiti e conflitti”, Francoangeli, 1994.

    – Williamson D.S.(1982) “La conquista dell’autorità personale nel superamento del confine gerarchico intergenerazionale” In terapia Familiare n. 11

    2 anni ago · · 0 comments

    L’utilità del supporto psicologico per la coppia e il valore degli incontri di gruppo nei percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA)

    L’infertilità è uno dei problemi più difficili che una coppia si trova ad affrontare. Essa compromette gravemente l’equilibrio della vita delle persone che non riescono a soddisfare il desiderio di genitorialità. L’infertilità, infatti, va considerata  come una vera e propria patologia che ha una serie di ripercussioni profonde sia  da un punto di vista individuale che sociale. Per questo motivo un supporto psicologico può risultare fondamentale in tutte le fasi del percorso. Nella mia pratica clinica ho riscontrato che, in prima battuta,  gli incontri con le singole coppie hanno l’obiettivo principale di alleviare la sofferenza,  riorganizzare il sistema familiare e far si che l’esperienza della gravidanza che non arriva non diventi un evento totalizzante che influenza negativamente tutti gli altri aspetti della vita dei soggetti che stanno sperimentando tale tipo di problematica. Per raggiungere e velocizzare tale obiettivo terapeutico, ho notato che lo scambio con altre coppie risulta molto importante. I gruppi infatti non sono altro che una valida opportunità per ridurre lo stress, ricevere sostegno e apprendere nuove conoscenze e abilità. Va sottolineato che esistono tre bisogni fondamentali nelle coppie che affrontano un tipo di problematica come questa. Il primo bisogno è quello di essere accolti e ricevere ascolto e supporto emotivo per lo shock sperimentato a seguito della comunicazione della diagnosi medica; Il secondo è quello di ottenere delle informazioni precise su quello che sta accadendo per cercare di capire come affrontare questa situazione sia da un punto di vista medico che psicologico; il terzo è quello di parlare liberamente del disagio vissuto al fine di ridurre il senso di solitudine che avvolge in maniera costante le giornate di questi pazienti. Pertanto confrontarsi con chi vive lo stesso disagio fa sentire le coppie meno sole e le legittima a parlare senza vergogna della sofferenza che provano. Di conseguenza il gruppo diventa un luogo di confronto, di condivisione. Uno spazio dove la solitudine e il non sapere hanno la possibilità di essere esplicitati. Durante ciascun gruppo i partecipanti possono inoltre avere l’occasione di confrontarsi su temi specifici coadiuvandosi dell’aiuto di uno psicologo che normalmente coordina e stimola i partecipanti a condividere la propria esperienza. Gli incontri insieme ad altre persone che vivono la stessa esperienza serve inoltre a far comprendere che affrontare l’infertilità non significa non avere un potere generativo. Questa esperienza, indipendentemente dall’esito, è un cammino che porterà a dei cambiamenti nella propria vita e sarà comunque generatrice di una evoluzione della consapevolezza in se stessi, sia come individui che come coppia.

    Bibliografia: R. Visigalli Sterilità e infertilità di coppia – Counseling e Terapia psicologica – Franco Angeli 2011.

    2 anni ago · · 0 comments

    Origini e storia della terapia familiare

    Origini: Per cercare di capire le origini della psicoterapia della famiglia è necessario partire dal fatto che uno dei primi interessi per la psicologia della famiglia è avvenuto in ambito clinico e pertanto credo sia necessario affermare che la psicoanalisi sia stato il primo terreno dove è stato possibile far germogliare i primi semi della terapia familiare. Molti terapeuti della famiglia non si riconoscono in tale movimento,  ma sarebbe riduttivo non pensare che anche la psicoanalisi abbia contribuito alla formazione della terapia familiare. Uno dei capisaldi della psicoanalisi di Freud  è, ad esempio, il complesso di Edipo che non è altro che un concetto che descrive lo stretto legame che esiste  tra la formazione della personalità e le vicende familiari. Il limite di Freud è stato, però,  quello di essere  maggiormente interessato al mondo intrapsichico. Per Freud la psicologia è lo studio della dinamiche della mente e di quel gioco tra le forze intrapsichiche  rappresentate dall’Es (il contenitore delle pulsioni sessuali) , l’Io (che ha il compito di contenere gli impulsi) e il Super Io (le regole acquisite della società)  che lottano tra di loro per raggiungere un equilibrio. In questa visione, però,  c’è una tendenza a sopravvalutare l’individuo trascurandone le relazioni. Per molto tempo la psicologia sarà influenzata da questo approccio e vedrà la famiglia come una entità “ipotetica” e solo più tardi diverrà oggetto concreto di studio. Verso la fine degli anni trenta, infatti, all’interno della stessa psicoanalisi,  si assiste ad un forte cambiamento  ed allo sviluppo di concetti che si muovono verso l’esterno dell’individuo. Ad esempio lo psicanalista Hartman (1939) sposta i conflitti interni all’interazione con il mondo esterno e, mentre Freud aveva chiuso i conflitti al mondo intrapsichico dell’Es, dell’Io e del Super Io, con Hartman assistiamo ad un primo interesse verso il rapporto che esiste tra l’individuo e l’ambiente. Da questi primi mutamenti si assiste ad una serie di teorie che determinano scompiglio all’interno della stessa psicoanalisi, ma che saranno funzionali per lo sviluppo della terapia familiare. A tal proposito,  non va dimenticato il lavoro della Klein (1932) che, con la sua teoria delle relazioni oggettuali, continua ad interessarsi delle pulsioni ma  lo fa  prendendole in considerazione insieme alle relazioni in quanto per lei le pulsioni cominciano ad avere senso solo se inserite all’interno di un contesto relazionale. Non si può quindi negare che tali concetti abbiano determinato l’inizio di un nuovo modo della psicologia di approcciarsi alla realtà e che tali cambiamenti siano anche stati determinati dallo sviluppo, nello stesso periodo, di una teoria che, seppur  apparentemente  non avrà niente a che vedere con la psicologia, successivamente la influenzerà in maniera notevole: si tratta della teoria generale dei sistemi. Tale teoria è stata elaborata dal biologo austriaco  Von Bertlanffy a partire dagli anni ’30. Secondo tale teorico è necessario superare il modello meccanicistico di causalità lineare, per spostarsi verso un modello circolare in cui l’interesse dell’osservatore non è più focalizzato su fenomeni isolati, ma su delle “totalità organizzate”. Per tale teorico è necessario puntare ad uno schema di riferimento più complesso, in cui il mondo viene visto in funzione della interdipendenza e della interazione di tutti i fenomeni. Non è quindi un caso che  proprio in questo periodo nascano,  all’interno delle scienze umane,   delle discipline come  l’antropologia e la sociologia  che sono interessate a comprendere il comportamento dell’individuo all’interno di un contesto di relazioni significative e che, sempre in questo periodo, si sviluppi un altro paradigma sistemico che è quello della cibernetica. In particolare la cibernetica è la scienza che studia i fenomeni di autoregolazione e comunicazione sia negli organismi viventi, sia negli altri sistemi naturali quanto nei sistemi artificiali. Il suo ideatore Wiener (1948) la definisce come “la scienza del controllo e della comunicazione nell’animale e nella macchina”. Il teorico la sviluppa a seguito di un progetto relativo ad  un meccanismo di puntamento per artiglieria antiaerea condotto nella seconda guerra mondiale insieme all’ingegnere Julian Bigelow. Il problema principale derivava dalla necessità di lanciare il proiettile non direttamente sul bersaglio, dal momento che questo era dotato di elevata velocità, ma in un punto antecedente la traiettoria, in modo tale che l’aereo e il proiettile giungessero infine ad incontrarsi. Era quindi necessario un strumento di previsione della posizione dell’aereo che agisse in maniera rapida e che dirigesse il puntamento del pezzo antiaereo. Inoltre il puntamento del pezzo doveva continuamente essere corretto mediante un meccanismo di retroazione (dall’inglese feedback) che riceveva informazioni sul reale comportamento dell’aereo nemico. A seguito di questo progetto Wiener definisce il principio cardine della cibernetica che è quello di feedback o retroazione secondo il quale “una parte dei dati in uscita  da un sistema aperto rientrano nel sistema sotto forma di informazioni riguardo all’uscita dello stesso”. In questa prima cibernetica però è evidente che esiste ancora una realtà esterna oggettiva che è indipendente dall’osservatore ed è per questo motivo che successivamente tale concetto evolverà  in una seconda cibernetica in cui  l’insieme degli elementi che si trovano in interazione nella realtà osservabile verrà valutato in maniera maggiormente globale, dinamico e costituito dai due sub-sistemi rappresentati dall’individuo e dall’ambiente in cui oggetto e soggetto fanno  parte dello stesso sistema. La realtà, non è  più indipendente dall’osservatore che la costruisce attivamente,  divenendo così  la realtà personale di ogni individuo, ed ogni visione personale della realtà deriva da una specifica relazione tra conoscente e conosciuto, che riflette specifici vincoli autoreferenziali.  L’individuo diviene così un sistema in grado di filtrare la realtà, e strutturato attraverso un insieme di costrutti e credenze che gli permettono di organizzare il proprio comportamento in risposta all’ambiente, sempre secondo i propri vincoli autoreferenziali. E’ quindi ovvio che chi si occupa della famiglia, che non altro che un sistema aperto in continuo scambio con l’ambiente, abbia trovato, specialmente nella seconda cibernetica,  un valido criterio di lettura di quanto osservato.

    Lo sviluppo di un approccio sistemico-relazionale per la famiglia: L’approccio sistemico relazionale nasce negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’50,  in un contesto culturale in cui i ricercatori avevano spostato l’interesse alla sfera sociale. Tale interesse nasceva dalla crisi delle istituzioni e dall’aumento delle malattie mentali successive al dopoguerra che inducevano gli studiosi a rivedere i presupposti  della teoria psichiatrica alla luce dei fattori socioculturali. In tale prospettiva, un approccio dedicato alla famiglia appariva più adeguato rispetto a quello individualistico. Lo sviluppo delle teorie e degli approcci teorici in ambito familiare  non porterà, ovviamente, ad un unico modello teorico e operativo,  ma si svilupperà principalmente in due direzioni: una sistemica propria della “scuola di Palo Alto” e il Mental Research Institute i cui maggiori esponenti sono Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley e Paul Watzlawick e definiti anche come i puristi del sistema o anche sistemici, il cui interesse si focalizzerà sulla osservazioni delle interazioni familiari intese come parte del comportamento e della comunicazione osservabile nel qui e ora  e il cui testo base che traduce la posizione del Mental Research Institute è “la pragmatica della comunicazione umana”( Watzlawick, Beavin, Jackson, 1967) e una scuola più psicodinamica, che oggi chiameremo relazionale, che sarà orientata allo studio trigenerazionale della famiglia, con il contributo di pionieri quali Ackerman, Boszormenyi-Nagy, Framo, Bowen, Whitaker.

    In particolare al gruppo di Palo Alto si deve  la concettualizzazione delle famiglie come organizzate dalla tendenza a mantenere uno stato di equilibrio (omeostasi) e avente regole comunicative e di interazione più e o meno rigide. Essi introducono il concetto di contesto (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1971) nello studio delle relazioni familiari affermando che un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non include anche il contesto in cui il fenomeno si è verificato e il concetto di doppio legame (Bateson e coll. 1956), inteso come comunicazione disfunzionale delle relazioni diadiche. Purtroppo quest’ultima elaborazione, avente l’intento di spiegare i disturbi psichiatrici (in primis la schizofrenia), rimane ancorata ad una concezione meccanicistica di causalità lineare in cui l’ottica eziopatogenetica continua a porsi come idea guida per lo studio delle famiglie. Va inoltre aggiunto che ciò che colpisce è che il gruppo che fa capo ai puristi del sistema non lavori mai direttamente con le famiglie,  ma sia maggiormente interessato ad interventi brevi e individuali. Va però riconosciuto il merito ad un altro membro della scuola di Palo Alto, Jay Haley (1959) di aver ampliato il quadro osservativo e  di aver considerato l’interazione, non più come situazione comunicativa diadica ma,  come un modello descrittivo di un sistema familiare in cui interagiscono tre protagonisti.  Per tutte queste ragioni tale autore si discosterà dal modello di Palo Alto per aprirsi ad un modello  intermedio come l’approccio strutturale di Minuchin che avrà notevole sviluppo negli anni successivi.   Va ricordato, a questo punto,  anche il contributo della Selvini Palazzoli che, pur ispirandosi ai puristi dei sistemi, ha anche lei ampliato il suo quadro osservativo applicando le teorie sistemiche alla comprensione della famiglia e all’intervento con il gruppo familiare congiunto.

    Al gruppo dei sistemico-relazionali va invece il merito di far proprie le idee della teoria sistemica e di averle integrate con una prospettiva relazionale più complessa in cui terapeuti come Ackerman, Boszormenyi-Nagy, Framo, Bowen, Whitaker, incentrano il proprio interesse sulle relazioni familiari cioè su ciò che emerge dal presente ma è legato alla soggettività degli individui e alla loro storia comune. In questo modo gli autori si concentrano sulla comprensione dei legami familiari, come frutto della interiorizzazione da parte degli individui dei significati che si sono scambiati nel tempo in una successione di diverse interazioni. Tali teorici cercano di mantenere una continuità con la tradizione psicoanalitica mantenendo l’attenzione anche sugli aspetti soggettivi e storici della famiglia e dunque valorizzando lo sviluppo individuale in seno ad essa, il tempo viene reintrodotto nel sistema ma è un tempo che non è visto come una successione di momenti che si susseguono in maniera rettilinea ma il passato, presente e futuro vengono visti come contemporanei. In pratica i sistemico – relazionali guardano anch’essi al qui e ora ma con l’intento di collegare il momento presente all’intreccio delle interazioni che si sono sviluppate nel tempo, per cercare di dare un significato alla condizione emotiva attuale della famiglia. Il terapeuta in questo caso non è più un osservatore distaccato ma partecipa con la propria individualità  insieme ai soggetti che compongono la famiglia, al fine di collaborare alla formazione di uno spazio relazionale nel quale ciascuno possa maturare. Si tratta quindi di una posizione che risulta essere in linea con il concetto teorico  della seconda cibernetica che aveva preso coscienza di come l’osservatore sia tutt’altro che esterno alla realtà osservata e di come, per questo,  non possa essere definito né neutro né obiettivo. Per tutte queste ragioni ai pionieri, e ai loro seguaci, sarà chiaro che lavorare con la famiglia significa incontrare i gruppi familiari ai fine di studiare l’individuo nei suoi processi di crescita all’interno della famiglia. Il Genogramma, come  rappresentazione grafica dei legami familiari,   diventerà per i terapeuti di indirizzo sistemico – relazionale  la mappa trigenerazionale su cui costruire la diagnosi e ricercare i percorsi di cura. Esso diventerà anche uno tra gli strumenti più importanti per la formazione personale degli stessi operatori familiari. In tale prospettiva il Genogramma darà la possibilità a ciascun individuo di ricucire alcuni tagli emotivi e di differenziarsi dalle proprie dipendenze intergenerazionali al fine di vivere il presente in modo maggiormente autentico e senza essere gravati dai pesi e dalle deleghe delle generazioni precedenti. A tal proposito sarebbe interessante costruire un Genogramma della storia della terapia familiare in cui i vari approcci teorici che hanno dato origine alla terapia familiare attuale si potessero rappresentare graficamente al fine di individuarne i limiti, i punti di forza e le aree di miglioramento.

    La teoria sistemico- relazionale in Italia: La psicoterapia ad indirizzo sistemico relazionale si è molto diffusa in Italia e in Europa durante gli anni ’80, e proprio in questi anni che,  ad una concezione prevalentemente omeostatica del funzionamento familiare,  se ne costituisce una di tipo evolutivo la cui specificità sta nel definire le capacità trasformative della famiglia (morfogenesi). In pratica l’oggetto di interesse non è più la famiglia “disfunzionale” ma quella “normale”. Diviene quindi importante cercare di definire gli indici di normalità di una famiglia analizzando ciò che la distingue da una funzionamento “disadattivo” o “sintomatico”. Tutto ciò permette di occuparsi della famiglia non solo dal punto di vista terapeutico, ma anche dal punto di vista preventivo e quindi con l’obiettivo principale di favorire il benessere familiare. Va ricordato che negli stessi anni grazie alla legge Basaglia (n.180 del 13 Maggio 1978) che determinò la chiusura  dei manicomi, iniziò a prendere forma  il concetto sistemico di contesto, e di quanto il sistema istituzionale del manicomio influenzasse la  malattia mentale stessa. Per Basaglia l’osservazione della malattia mentale non  doveva fermarsi soltanto alla analisi dell’individuo,  ma doveva prendere in considerazione anche l’ambito in cui il comportamento si verificava,  definendo così che la trasformazione verso un nuovo modo di fare psichiatria doveva passare attraverso un forte impegno sociale e politico.  A seguito di questo fervore di idee non è un caso che proprio in Italia si sia sviluppata una delle più importanti tradizioni di ricerca sistemica, si tratta del modello della scuola milanese di Mara Selvini Palazzoli e successivamente della scuola di Luigi Cancrini che si occuperanno rispettivamente  della anoressia mentale e delle tossicodipendenze, cioè di problematiche che hanno una forte rilevanza sociale. Ed è proprio da questi due poli che si sono sviluppate tutte le scuole di Terapia Familiare. In particolare, Maurizio Andolfi, dopo lungo lavoro in collaborazione con Cancrini ed un periodo di formazione negli Stati Uniti, al suo rientro all’inizio degli anni settanta fonda, insieme a Carmine Saccu, il nucleo da cui avrà origine il Centro per lo Studio della Comunicazione dei Sistemi, divenuto poi Istituto di Terapia Familiare. In tale istituto Andolfi adotta subito il modello di Salvador Minuchin,  ovvero un approccio in cui diagnosi e intervento non sono operazioni separate (Andolfi, Angelo e altri, 1982) e in cui il terapeuta cerca di giungere ad una ridefinizione relazionale del sintomo con lo scopo di lavorare sui confini e sulle gerarchie esistenti all’interno dei sottosistemi familiari. Fin dall’inizio si seguono inoltre gli insegnamenti di Bowen per porre attenzione sull’individuo e sul processo di differenziazione dalla famiglia d’origine. Un altro tema importante è inoltre rappresentato dal Sé del terapeuta che con la sua soggettività entra a far parte del sistema famigliare non soltanto con il suo bagaglio tecnico,  ma anche con la sua personalità in cui la seduta rappresenta un momento di crescita, non soltanto per la famiglia ma anche per il terapeuta. Facendo riferimento a Whitaker, il terapeuta deve recuperare la sua parte irrazionale per entrare nella”normalità” della follia e comunicare con il paziente. Nel corso delle terapie si fa uso di Metafore e di altri vari oggetti metaforici per rappresentare stati d’animo e dare la possibilità al paziente, attraverso la negazione contemporanea del contenuto e del destinatario, di manifestare il proprio sintomo. In aggiunta è radicata la convinzione secondo cui le radici della organizzazione familiare vanno ricercate nel processo intergenerazionale al fine di definire quei rigidi ruoli ereditati dalla famiglia d’origine che ostacolano l’individuazione del singolo. Tale concetto si rifà a Bowen e alle elaborazioni di Boszormenyi-Nagy che affermano che il sintomo è il prodotto di una storia trigenerazionale che si mantiene e si elabora nel tempo e in cui debiti, crediti e mandati di lealtà vincolano ciascun individuo ad uno specifico ruolo. E’ quindi fondamentale considerare la famiglia come un sistema vivente il cui sviluppo passa attraverso una serie di “epoche”,  si parla a questo punto del ciclo vitale della famiglia che non altro che un modello teorico di riferimento in cui lo studio evolutivo della famiglia passa attraverso l’analisi di vari periodi definiti di plateau e di transizione e in cui il passaggio da un periodo all’altro viene visto come un processo di  ristrutturazione dei rapporti familiari.   A tal proposito Andolfi e Angelo parlano di “copione familiare” che viene trasmesso attraverso le generazioni. Esso è strettamente collegato al “mito familiare” che ha la funzione di rafforzare la coesione e l’identità del gruppo familiare, il mito però, che dovrebbe modificarsi nel tempo se, invece, si cristallizza ostacola l’evoluzione della famiglia e la crescita individuale. Nel lavoro terapeutico è quindi fondamentale una elaborazione del mito familiare tale da permettere a ciascuno di separarsi e differenziarsi mantenendo la sicurezza della propria appartenenza al gruppo.

    Conclusioni: Da queste breve resoconto sulla storia della terapia familiare e importante notare come chiunque si affacci alla professione di terapeuta familiare lo debba fare seguendo un approccio di tipo circolare che gli dia la possibilità di vedere la famiglia come un sistema aperto in continua relazione con un ambiente che cambia a sua volta,  perché influenzato dalla situazione economica,politica e sociale di un determinato periodo storico. L’identità di un individuo, quindi,  deve essere considerata come frutto delle relazioni significative che la persona ha intrattenuto nella sua vita e un eventuale disagio deve essere letto e trattato come determinato delle esperienze relazionali avvenute all’interno di un determinato gruppo familiare che si è sviluppato in un preciso periodo storico, culturale ed economico. Il termine famiglia se può sembrare ovvio è, quindi, mutato continuamente di identità nelle varie epoche. Non è un caso, infatti,  che la ricerca antropologica e quella storico-sociologica abbiano messo in evidenza che sia praticamente impossibile dare una definizione alla famiglia senza prendere in considerazione il contesto geografico e storico in cui essa è inserita. E’ evidente che al giorno d’oggi,  all’interno della nostra stessa società segnata da cambiamenti più rapidi di quelli che avvenivano nel passato,  la famiglia costituisce una realtà particolarmente complessa. I progressi scientifici e le innovazioni tecnologiche hanno prodotto una infinità di trasformazioni che hanno cambiato il nostro modo di  produrre, nutrirci, istruirci, curarci , riprodurci e hanno quindi modificato l’organizzazione della vita quotidiana all’interno della famiglia. Definire l’identità di una famiglia è quindi oggi più complesso e necessità di una maggiore apertura mentale di quella che forse veniva richiesta in passato.

    Bibliografia:

    – Andolfi M. “Manuale di psicologia relazionale”, Accademia di Psicoterapia della Famiglia 2003

    – Bruni F., e Defilippi G., “La tela di Penelope – Origini e sviluppi della terapia Familiare” Bollati Boringhieri 2007

    – Gambini P., “Psicologia della Famiglia. La prospettiva sistemico relazionale”, Angeli 2007.

    – Lerma M. “I Pionieri della terapia familiare. Note in margine a un convegno tra passato e futuro”Roma 8/10 dicembre 2000 organizzato dalla accademia di psicoterapia della famiglia

    Calvi K. “Origini e sviluppo della terapia familiare nel mondohttp://www.prohomine.it/2012/03/origini-e-sviluppo-della-psicoterapia.html

    – “Dalla prima alla seconda ciberneticahttp://it.wikipedia.org/wiki/Cognitivismo_post-razionalista

    Murzi M.  La cibernetica e i sistemi di controllo” (http://murzim.net/notiziario/980406.htm)

    2 anni ago · · 0 comments

    Considerazioni sugli aspetti Psicologici della fecondazione eterologa (con donazione di gameti)

    L’infertilità è una esperienza molto complessa e dolorosa che spesso non viene compresa appieno da chi non l’ha vissuta sulla propria pelle. Freud diceva che la generatività è la volontà dell’individuo di sopravvivere alla morte. Per questo motivo molte coppie infertili, avendo il timore di non poter lasciare nulla di sé alla generazioni future, convivono con questo senso di angoscia. Un po’ di tempo fa una donna che aveva vissuto l’esperienza dell’infertilità mi raccontò di sentirsi costantemente di camminare nelle sabbie mobili e che ogni tentativo andato male la faceva sentire risucchiata dal terreno fino ad arrivare a soffocare. Questa immagine così terribile spiega però chiaramente le sensazioni che mi riportano i pazienti in stanza di terapia. Chi è infertile ha quindi vari lutti da superare: Il primo è quello per la propria infertilità e, se si fa fecondazione eterologa, un’altro lutto da affrontare è quello biologico dovuto all’impossibilità di avere un figlio con cui condividere i propri geni. I vari lutti da elaborare fanno sentire le coppie difettose, diverse e poco generative. Il mio compito come psicoterapeuta è però quello di ricordare ai pazienti che si può essere generativi anche nell’infertilità. Si può affrontare questo percorso come una crescita interiore che, anche se può sembrare assurdo, può essere profondamente arricchente indipendentemente dal risultato che si riuscirà ad ottenere. Si può quindi affrontare questo viaggio con resilienza cercando di reagire in maniera positiva ad un evento che per sua natura si dimostra profondamente stressante. Fondamentale in questi casi è cercare di parlarne con chi sta vivendo la stessa esperienza senza sentirsi in colpa o avere vergogna per quello che si sta vivendo perché l’infertilità è una condizione che non avete deciso voi. Purtroppo l’opinione pubblica non vi viene incontro in questo. Spesso si parla di fecondazione assistita come qualcosa di innaturale ma chi esprime questo concetto ragiona senza sapere di cosa stia parlando. Lo psicologo Bartlett negli anni ’60 aveva teorizzato proprio questo concetto definendolo come pensiero quotidiano che è una tipologia di pensiero che entra in azione nelle moltissime situazioni problematiche della vita di ogni giorno e in cui le persone, senza compiere alcuno sforzo per essere logiche e scientifiche e, trascurando le lacune a loro disposizione, intendono ugualmente prendere una posizione che però non ha alcun riscontro nella realtà. Per questo vi invito a non farvi influenzare da chi parla senza cognizione di causa. Anche quando si parla di fecondazione artificiale si associa a questo aggettivo qualcosa di negativo. Nessuno però evidenzia che la parola “artificiale” deriva dal latino artificium, der. di artĭfex «artefice» e che quindi artificiale può essere spiegato come essere artefice di qualcosa che non poteva avvenire in un determinato modo e per il quale si è dovuta trovare una soluzione. In tal senso la fecondazione artificiale ci fa essere più responsabili rispetto ad una fecondazione avvenuta in maniera naturale. Quando incontro una coppia che si trova ad avere dei dubbi sulla scelta di una fecondazione con donazione di gameti la prima cosa che faccio è quella di dirgli che il mio compito non è quello di convincerli a scegliere una tecnica piuttosto che un altra, ma quello di analizzare le loro resistenze, le paure per fare in modo che siano davvero consapevoli e artefici della propria scelta. Una scelta che non può essere un ripiego. Una scelta per la quale bisogna aver almeno iniziato ad elaborare il lutto per l’infertilità e il lutto biologico. I dubbi che le coppie mi riportano in stanza di terapia sono i seguenti:

    La paura di non sentire proprio il bambino: In questi casi cerco di ampliare la visione della coppia spiegando che la genitorialità è relazionale e non genetica e che l’amore verso un’altra persona non è influenzato dai geni. Ad esempio si ama il proprio compagno o marito eppure con lui non si hanno i geni in comune.

    La paura che il bambino non ci somigli: Questo timore è molto comune ma se ci pensiamo bene anche chi è nato senza fare fecondazione assistita può non somigliare ai propri genitori. Oltretutto è bene introdurre il concetto di epigenetica che non è altro che “la trasmissione di tratti e di comportamenti senza cambiamenti della sequenza genica” (Di Mauro 2017). In pratica quello che si passa al figlio nato da eterologa sono i nostri sistemi di valori, i miti familiari, il modo di cucinare, il modo di parlare che fanno parte del nostro sistema familiare ecco perché quel bambino alla fine in qualche modo ci somiglierà. Oltretutto io credo che sia importante dare amore al proprio figlio poi se ci somiglia, oppure no, non è importante perché la condivisione delle proprie diversità non potrà che essere un’esperienza valorizzante.

    La paura dei pregiudizio che il figlio potrebbe subire perché nato da donazione di gameti: Quando in stanza di terapia mi riportano questo timore cerco di far ragionare la coppia su un fatto concreto. Tutti noi da bambini, ma anche da grandi, subiamo dei pregiudizi. Noi viviamo nell’epoca del protezionismo dei figli ma la cosa più giusta che si può donare ad un figlio è proprio quella di insegnargli a fronteggiare i pregiudizi che si subiscono naturalmente nel percorso di crescita di ciascuno di noi. Io ad esempio sono stata bullizzata parecchie volte al liceo a causa della mia bassa statura e molti miei amici erano bullizzati per essere figli di genitori divorziati.

    La paura se rivelare o meno al figlio com’è nato: Questo è un timore molto ricorrente ma la letteratura è molto chiara sui segreti familiari. I figli infatti riescono a sentire anche il non detto e i segreti vengono spesso percepiti dai figli come qualcosa di maggiormente terribile di quello che sono. Nella mia pratica clinica ho incontrato spesso famiglie con segreti tramandati di generazione in generazione che però venivano percepiti attraverso l’espressione di un disagio di uno o più membri del sistema familiare che si veniva a interrompere proprio quando il segreto veniva rivelato. Poco tempo fa ho intervistato inoltre una ragazza nata da fecondazione eterologa negli anni ’80 la quale mi diceva che il problema non era stato sapere di essere nata con donazione di gameti ma di averlo saputo a 21 anni. Già dai 3 anni infatti si possono cominciare a raccontare delle favole ai propri figli che percepiranno che la loro nascita è avvenuta per un gesto di amore e soprattutto che la loro nascita non è un’esperienza della quale vergognarsi. Strada per un Sogno ha da poco pubblicato un libro dal titolo: “Ogni favola è un Sogno “ che può essere utilizzato proprio per raccontare ai propri figli come sono nati. Oltretutto non rivelare ai propri figli come sono venuti al mondo gli toglierebbe dalla possibilità di imparare una cosa fondamentale: nella vita possono accadere delle cose terribili, come l’infertilità, ma che con la capacità di reagire in maniera resiliente si posso avverare i propri sogni. Per tutte queste ragioni non rivelare questo aspetto toglierebbe al figlio la possibilità di apprendere un insegnamento costruttivo e soprattutto positivo. Ecco non vi sembra che anche un’esperienza di infertilità possa essere trasformata in qualcosa di “fertile”? Nella vita infatti possono accaderci cose davvero difficili ma sta a noi decidere se utilizzare queste esperienze in modo costruttivo o distruttivo. Per tutti questi motivi credo sia doveroso terminare queste mie considerazioni con questa frase:

    “Il legame che unisce la famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite. Non è la carne, nè il sangue ma il cuore che ci rende genitori e figli” (S. Natalini dal libro “In famiglia” ed. Fatatrac)