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Origini e storia della terapia familiare

Origini: Per cercare di capire le origini della psicoterapia della famiglia è necessario partire dal fatto che uno dei primi interessi per la psicologia della famiglia è avvenuto in ambito clinico e pertanto credo sia necessario affermare che la psicoanalisi sia stato il primo terreno dove è stato possibile far germogliare i primi semi della terapia familiare. Molti terapeuti della famiglia non si riconoscono in tale movimento,  ma sarebbe riduttivo non pensare che anche la psicoanalisi abbia contribuito alla formazione della terapia familiare. Uno dei capisaldi della psicoanalisi di Freud  è, ad esempio, il complesso di Edipo che non è altro che un concetto che descrive lo stretto legame che esiste  tra la formazione della personalità e le vicende familiari. Il limite di Freud è stato, però,  quello di essere  maggiormente interessato al mondo intrapsichico. Per Freud la psicologia è lo studio della dinamiche della mente e di quel gioco tra le forze intrapsichiche  rappresentate dall’Es (il contenitore delle pulsioni sessuali) , l’Io (che ha il compito di contenere gli impulsi) e il Super Io (le regole acquisite della società)  che lottano tra di loro per raggiungere un equilibrio. In questa visione, però,  c’è una tendenza a sopravvalutare l’individuo trascurandone le relazioni. Per molto tempo la psicologia sarà influenzata da questo approccio e vedrà la famiglia come una entità “ipotetica” e solo più tardi diverrà oggetto concreto di studio. Verso la fine degli anni trenta, infatti, all’interno della stessa psicoanalisi,  si assiste ad un forte cambiamento  ed allo sviluppo di concetti che si muovono verso l’esterno dell’individuo. Ad esempio lo psicanalista Hartman (1939) sposta i conflitti interni all’interazione con il mondo esterno e, mentre Freud aveva chiuso i conflitti al mondo intrapsichico dell’Es, dell’Io e del Super Io, con Hartman assistiamo ad un primo interesse verso il rapporto che esiste tra l’individuo e l’ambiente. Da questi primi mutamenti si assiste ad una serie di teorie che determinano scompiglio all’interno della stessa psicoanalisi, ma che saranno funzionali per lo sviluppo della terapia familiare. A tal proposito,  non va dimenticato il lavoro della Klein (1932) che, con la sua teoria delle relazioni oggettuali, continua ad interessarsi delle pulsioni ma  lo fa  prendendole in considerazione insieme alle relazioni in quanto per lei le pulsioni cominciano ad avere senso solo se inserite all’interno di un contesto relazionale. Non si può quindi negare che tali concetti abbiano determinato l’inizio di un nuovo modo della psicologia di approcciarsi alla realtà e che tali cambiamenti siano anche stati determinati dallo sviluppo, nello stesso periodo, di una teoria che, seppur  apparentemente  non avrà niente a che vedere con la psicologia, successivamente la influenzerà in maniera notevole: si tratta della teoria generale dei sistemi. Tale teoria è stata elaborata dal biologo austriaco  Von Bertlanffy a partire dagli anni ’30. Secondo tale teorico è necessario superare il modello meccanicistico di causalità lineare, per spostarsi verso un modello circolare in cui l’interesse dell’osservatore non è più focalizzato su fenomeni isolati, ma su delle “totalità organizzate”. Per tale teorico è necessario puntare ad uno schema di riferimento più complesso, in cui il mondo viene visto in funzione della interdipendenza e della interazione di tutti i fenomeni. Non è quindi un caso che  proprio in questo periodo nascano,  all’interno delle scienze umane,   delle discipline come  l’antropologia e la sociologia  che sono interessate a comprendere il comportamento dell’individuo all’interno di un contesto di relazioni significative e che, sempre in questo periodo, si sviluppi un altro paradigma sistemico che è quello della cibernetica. In particolare la cibernetica è la scienza che studia i fenomeni di autoregolazione e comunicazione sia negli organismi viventi, sia negli altri sistemi naturali quanto nei sistemi artificiali. Il suo ideatore Wiener (1948) la definisce come “la scienza del controllo e della comunicazione nell’animale e nella macchina”. Il teorico la sviluppa a seguito di un progetto relativo ad  un meccanismo di puntamento per artiglieria antiaerea condotto nella seconda guerra mondiale insieme all’ingegnere Julian Bigelow. Il problema principale derivava dalla necessità di lanciare il proiettile non direttamente sul bersaglio, dal momento che questo era dotato di elevata velocità, ma in un punto antecedente la traiettoria, in modo tale che l’aereo e il proiettile giungessero infine ad incontrarsi. Era quindi necessario un strumento di previsione della posizione dell’aereo che agisse in maniera rapida e che dirigesse il puntamento del pezzo antiaereo. Inoltre il puntamento del pezzo doveva continuamente essere corretto mediante un meccanismo di retroazione (dall’inglese feedback) che riceveva informazioni sul reale comportamento dell’aereo nemico. A seguito di questo progetto Wiener definisce il principio cardine della cibernetica che è quello di feedback o retroazione secondo il quale “una parte dei dati in uscita  da un sistema aperto rientrano nel sistema sotto forma di informazioni riguardo all’uscita dello stesso”. In questa prima cibernetica però è evidente che esiste ancora una realtà esterna oggettiva che è indipendente dall’osservatore ed è per questo motivo che successivamente tale concetto evolverà  in una seconda cibernetica in cui  l’insieme degli elementi che si trovano in interazione nella realtà osservabile verrà valutato in maniera maggiormente globale, dinamico e costituito dai due sub-sistemi rappresentati dall’individuo e dall’ambiente in cui oggetto e soggetto fanno  parte dello stesso sistema. La realtà, non è  più indipendente dall’osservatore che la costruisce attivamente,  divenendo così  la realtà personale di ogni individuo, ed ogni visione personale della realtà deriva da una specifica relazione tra conoscente e conosciuto, che riflette specifici vincoli autoreferenziali.  L’individuo diviene così un sistema in grado di filtrare la realtà, e strutturato attraverso un insieme di costrutti e credenze che gli permettono di organizzare il proprio comportamento in risposta all’ambiente, sempre secondo i propri vincoli autoreferenziali. E’ quindi ovvio che chi si occupa della famiglia, che non altro che un sistema aperto in continuo scambio con l’ambiente, abbia trovato, specialmente nella seconda cibernetica,  un valido criterio di lettura di quanto osservato.

Lo sviluppo di un approccio sistemico-relazionale per la famiglia: L’approccio sistemico relazionale nasce negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’50,  in un contesto culturale in cui i ricercatori avevano spostato l’interesse alla sfera sociale. Tale interesse nasceva dalla crisi delle istituzioni e dall’aumento delle malattie mentali successive al dopoguerra che inducevano gli studiosi a rivedere i presupposti  della teoria psichiatrica alla luce dei fattori socioculturali. In tale prospettiva, un approccio dedicato alla famiglia appariva più adeguato rispetto a quello individualistico. Lo sviluppo delle teorie e degli approcci teorici in ambito familiare  non porterà, ovviamente, ad un unico modello teorico e operativo,  ma si svilupperà principalmente in due direzioni: una sistemica propria della “scuola di Palo Alto” e il Mental Research Institute i cui maggiori esponenti sono Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley e Paul Watzlawick e definiti anche come i puristi del sistema o anche sistemici, il cui interesse si focalizzerà sulla osservazioni delle interazioni familiari intese come parte del comportamento e della comunicazione osservabile nel qui e ora  e il cui testo base che traduce la posizione del Mental Research Institute è “la pragmatica della comunicazione umana”( Watzlawick, Beavin, Jackson, 1967) e una scuola più psicodinamica, che oggi chiameremo relazionale, che sarà orientata allo studio trigenerazionale della famiglia, con il contributo di pionieri quali Ackerman, Boszormenyi-Nagy, Framo, Bowen, Whitaker.

In particolare al gruppo di Palo Alto si deve  la concettualizzazione delle famiglie come organizzate dalla tendenza a mantenere uno stato di equilibrio (omeostasi) e avente regole comunicative e di interazione più e o meno rigide. Essi introducono il concetto di contesto (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1971) nello studio delle relazioni familiari affermando che un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non include anche il contesto in cui il fenomeno si è verificato e il concetto di doppio legame (Bateson e coll. 1956), inteso come comunicazione disfunzionale delle relazioni diadiche. Purtroppo quest’ultima elaborazione, avente l’intento di spiegare i disturbi psichiatrici (in primis la schizofrenia), rimane ancorata ad una concezione meccanicistica di causalità lineare in cui l’ottica eziopatogenetica continua a porsi come idea guida per lo studio delle famiglie. Va inoltre aggiunto che ciò che colpisce è che il gruppo che fa capo ai puristi del sistema non lavori mai direttamente con le famiglie,  ma sia maggiormente interessato ad interventi brevi e individuali. Va però riconosciuto il merito ad un altro membro della scuola di Palo Alto, Jay Haley (1959) di aver ampliato il quadro osservativo e  di aver considerato l’interazione, non più come situazione comunicativa diadica ma,  come un modello descrittivo di un sistema familiare in cui interagiscono tre protagonisti.  Per tutte queste ragioni tale autore si discosterà dal modello di Palo Alto per aprirsi ad un modello  intermedio come l’approccio strutturale di Minuchin che avrà notevole sviluppo negli anni successivi.   Va ricordato, a questo punto,  anche il contributo della Selvini Palazzoli che, pur ispirandosi ai puristi dei sistemi, ha anche lei ampliato il suo quadro osservativo applicando le teorie sistemiche alla comprensione della famiglia e all’intervento con il gruppo familiare congiunto.

Al gruppo dei sistemico-relazionali va invece il merito di far proprie le idee della teoria sistemica e di averle integrate con una prospettiva relazionale più complessa in cui terapeuti come Ackerman, Boszormenyi-Nagy, Framo, Bowen, Whitaker, incentrano il proprio interesse sulle relazioni familiari cioè su ciò che emerge dal presente ma è legato alla soggettività degli individui e alla loro storia comune. In questo modo gli autori si concentrano sulla comprensione dei legami familiari, come frutto della interiorizzazione da parte degli individui dei significati che si sono scambiati nel tempo in una successione di diverse interazioni. Tali teorici cercano di mantenere una continuità con la tradizione psicoanalitica mantenendo l’attenzione anche sugli aspetti soggettivi e storici della famiglia e dunque valorizzando lo sviluppo individuale in seno ad essa, il tempo viene reintrodotto nel sistema ma è un tempo che non è visto come una successione di momenti che si susseguono in maniera rettilinea ma il passato, presente e futuro vengono visti come contemporanei. In pratica i sistemico – relazionali guardano anch’essi al qui e ora ma con l’intento di collegare il momento presente all’intreccio delle interazioni che si sono sviluppate nel tempo, per cercare di dare un significato alla condizione emotiva attuale della famiglia. Il terapeuta in questo caso non è più un osservatore distaccato ma partecipa con la propria individualità  insieme ai soggetti che compongono la famiglia, al fine di collaborare alla formazione di uno spazio relazionale nel quale ciascuno possa maturare. Si tratta quindi di una posizione che risulta essere in linea con il concetto teorico  della seconda cibernetica che aveva preso coscienza di come l’osservatore sia tutt’altro che esterno alla realtà osservata e di come, per questo,  non possa essere definito né neutro né obiettivo. Per tutte queste ragioni ai pionieri, e ai loro seguaci, sarà chiaro che lavorare con la famiglia significa incontrare i gruppi familiari ai fine di studiare l’individuo nei suoi processi di crescita all’interno della famiglia. Il Genogramma, come  rappresentazione grafica dei legami familiari,   diventerà per i terapeuti di indirizzo sistemico – relazionale  la mappa trigenerazionale su cui costruire la diagnosi e ricercare i percorsi di cura. Esso diventerà anche uno tra gli strumenti più importanti per la formazione personale degli stessi operatori familiari. In tale prospettiva il Genogramma darà la possibilità a ciascun individuo di ricucire alcuni tagli emotivi e di differenziarsi dalle proprie dipendenze intergenerazionali al fine di vivere il presente in modo maggiormente autentico e senza essere gravati dai pesi e dalle deleghe delle generazioni precedenti. A tal proposito sarebbe interessante costruire un Genogramma della storia della terapia familiare in cui i vari approcci teorici che hanno dato origine alla terapia familiare attuale si potessero rappresentare graficamente al fine di individuarne i limiti, i punti di forza e le aree di miglioramento.

La teoria sistemico- relazionale in Italia: La psicoterapia ad indirizzo sistemico relazionale si è molto diffusa in Italia e in Europa durante gli anni ’80, e proprio in questi anni che,  ad una concezione prevalentemente omeostatica del funzionamento familiare,  se ne costituisce una di tipo evolutivo la cui specificità sta nel definire le capacità trasformative della famiglia (morfogenesi). In pratica l’oggetto di interesse non è più la famiglia “disfunzionale” ma quella “normale”. Diviene quindi importante cercare di definire gli indici di normalità di una famiglia analizzando ciò che la distingue da una funzionamento “disadattivo” o “sintomatico”. Tutto ciò permette di occuparsi della famiglia non solo dal punto di vista terapeutico, ma anche dal punto di vista preventivo e quindi con l’obiettivo principale di favorire il benessere familiare. Va ricordato che negli stessi anni grazie alla legge Basaglia (n.180 del 13 Maggio 1978) che determinò la chiusura  dei manicomi, iniziò a prendere forma  il concetto sistemico di contesto, e di quanto il sistema istituzionale del manicomio influenzasse la  malattia mentale stessa. Per Basaglia l’osservazione della malattia mentale non  doveva fermarsi soltanto alla analisi dell’individuo,  ma doveva prendere in considerazione anche l’ambito in cui il comportamento si verificava,  definendo così che la trasformazione verso un nuovo modo di fare psichiatria doveva passare attraverso un forte impegno sociale e politico.  A seguito di questo fervore di idee non è un caso che proprio in Italia si sia sviluppata una delle più importanti tradizioni di ricerca sistemica, si tratta del modello della scuola milanese di Mara Selvini Palazzoli e successivamente della scuola di Luigi Cancrini che si occuperanno rispettivamente  della anoressia mentale e delle tossicodipendenze, cioè di problematiche che hanno una forte rilevanza sociale. Ed è proprio da questi due poli che si sono sviluppate tutte le scuole di Terapia Familiare. In particolare, Maurizio Andolfi, dopo lungo lavoro in collaborazione con Cancrini ed un periodo di formazione negli Stati Uniti, al suo rientro all’inizio degli anni settanta fonda, insieme a Carmine Saccu, il nucleo da cui avrà origine il Centro per lo Studio della Comunicazione dei Sistemi, divenuto poi Istituto di Terapia Familiare. In tale istituto Andolfi adotta subito il modello di Salvador Minuchin,  ovvero un approccio in cui diagnosi e intervento non sono operazioni separate (Andolfi, Angelo e altri, 1982) e in cui il terapeuta cerca di giungere ad una ridefinizione relazionale del sintomo con lo scopo di lavorare sui confini e sulle gerarchie esistenti all’interno dei sottosistemi familiari. Fin dall’inizio si seguono inoltre gli insegnamenti di Bowen per porre attenzione sull’individuo e sul processo di differenziazione dalla famiglia d’origine. Un altro tema importante è inoltre rappresentato dal Sé del terapeuta che con la sua soggettività entra a far parte del sistema famigliare non soltanto con il suo bagaglio tecnico,  ma anche con la sua personalità in cui la seduta rappresenta un momento di crescita, non soltanto per la famiglia ma anche per il terapeuta. Facendo riferimento a Whitaker, il terapeuta deve recuperare la sua parte irrazionale per entrare nella”normalità” della follia e comunicare con il paziente. Nel corso delle terapie si fa uso di Metafore e di altri vari oggetti metaforici per rappresentare stati d’animo e dare la possibilità al paziente, attraverso la negazione contemporanea del contenuto e del destinatario, di manifestare il proprio sintomo. In aggiunta è radicata la convinzione secondo cui le radici della organizzazione familiare vanno ricercate nel processo intergenerazionale al fine di definire quei rigidi ruoli ereditati dalla famiglia d’origine che ostacolano l’individuazione del singolo. Tale concetto si rifà a Bowen e alle elaborazioni di Boszormenyi-Nagy che affermano che il sintomo è il prodotto di una storia trigenerazionale che si mantiene e si elabora nel tempo e in cui debiti, crediti e mandati di lealtà vincolano ciascun individuo ad uno specifico ruolo. E’ quindi fondamentale considerare la famiglia come un sistema vivente il cui sviluppo passa attraverso una serie di “epoche”,  si parla a questo punto del ciclo vitale della famiglia che non altro che un modello teorico di riferimento in cui lo studio evolutivo della famiglia passa attraverso l’analisi di vari periodi definiti di plateau e di transizione e in cui il passaggio da un periodo all’altro viene visto come un processo di  ristrutturazione dei rapporti familiari.   A tal proposito Andolfi e Angelo parlano di “copione familiare” che viene trasmesso attraverso le generazioni. Esso è strettamente collegato al “mito familiare” che ha la funzione di rafforzare la coesione e l’identità del gruppo familiare, il mito però, che dovrebbe modificarsi nel tempo se, invece, si cristallizza ostacola l’evoluzione della famiglia e la crescita individuale. Nel lavoro terapeutico è quindi fondamentale una elaborazione del mito familiare tale da permettere a ciascuno di separarsi e differenziarsi mantenendo la sicurezza della propria appartenenza al gruppo.

Conclusioni: Da queste breve resoconto sulla storia della terapia familiare e importante notare come chiunque si affacci alla professione di terapeuta familiare lo debba fare seguendo un approccio di tipo circolare che gli dia la possibilità di vedere la famiglia come un sistema aperto in continua relazione con un ambiente che cambia a sua volta,  perché influenzato dalla situazione economica,politica e sociale di un determinato periodo storico. L’identità di un individuo, quindi,  deve essere considerata come frutto delle relazioni significative che la persona ha intrattenuto nella sua vita e un eventuale disagio deve essere letto e trattato come determinato delle esperienze relazionali avvenute all’interno di un determinato gruppo familiare che si è sviluppato in un preciso periodo storico, culturale ed economico. Il termine famiglia se può sembrare ovvio è, quindi, mutato continuamente di identità nelle varie epoche. Non è un caso, infatti,  che la ricerca antropologica e quella storico-sociologica abbiano messo in evidenza che sia praticamente impossibile dare una definizione alla famiglia senza prendere in considerazione il contesto geografico e storico in cui essa è inserita. E’ evidente che al giorno d’oggi,  all’interno della nostra stessa società segnata da cambiamenti più rapidi di quelli che avvenivano nel passato,  la famiglia costituisce una realtà particolarmente complessa. I progressi scientifici e le innovazioni tecnologiche hanno prodotto una infinità di trasformazioni che hanno cambiato il nostro modo di  produrre, nutrirci, istruirci, curarci , riprodurci e hanno quindi modificato l’organizzazione della vita quotidiana all’interno della famiglia. Definire l’identità di una famiglia è quindi oggi più complesso e necessità di una maggiore apertura mentale di quella che forse veniva richiesta in passato.

Bibliografia:

– Andolfi M. “Manuale di psicologia relazionale”, Accademia di Psicoterapia della Famiglia 2003

– Bruni F., e Defilippi G., “La tela di Penelope – Origini e sviluppi della terapia Familiare” Bollati Boringhieri 2007

– Gambini P., “Psicologia della Famiglia. La prospettiva sistemico relazionale”, Angeli 2007.

– Lerma M. “I Pionieri della terapia familiare. Note in margine a un convegno tra passato e futuro”Roma 8/10 dicembre 2000 organizzato dalla accademia di psicoterapia della famiglia

Calvi K. “Origini e sviluppo della terapia familiare nel mondohttp://www.prohomine.it/2012/03/origini-e-sviluppo-della-psicoterapia.html

– “Dalla prima alla seconda ciberneticahttp://it.wikipedia.org/wiki/Cognitivismo_post-razionalista

Murzi M.  La cibernetica e i sistemi di controllo” (http://murzim.net/notiziario/980406.htm)

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